Libano sotto le bombe: raid israeliani colpiscono ospedali durante la tregua
Nel giorno in cui i funerali dei paramedici uccisi stringevano nel lutto intere comunità, i cacciabombardieri israeliani tornavano a colpire. Sabato scorso, nuovi attacchi aerei ha

Nel giorno in cui i funerali dei paramedici uccisi stringevano nel lutto intere comunità, i cacciabombardieri israeliani tornavano a colpire. Sabato scorso, nuovi attacchi aerei hanno danneggiato gravemente il principale ospedale della città costiera di Tiro, nel sud del Libano, trasformando quello che avrebbe dovuto essere un fragile cessate il fuoco in una delle pagine più controverse di un conflitto che non accenna a spegnersi. La comunità internazionale osserva con crescente allarme, mentre la diplomazia arranca e i civili pagano il prezzo più alto.
Una tregua di carta: i raid continuano nonostante gli accordi
Il cessate il fuoco mediato nelle scorse settimane con il coinvolgimento degli Stati Uniti, della Francia e di altri attori regionali sembrava aver aperto uno spiraglio. Ma la realtà sul campo racconta un'altra storia. Gli strike di sabato hanno colpito zone densamente abitate del sud del Libano, con Tiro — città di circa 60.000 abitanti e simbolo storico della civiltà fenicia — finita nuovamente nel mirino.
L'ospedale Hiram, struttura di riferimento per decine di migliaia di persone nell'area meridionale del paese, ha subito danni significativi alle sue infrastrutture. Secondo fonti del Ministero della Salute libanese, almeno due piani dell'edificio sono stati colpiti, mettendo fuori uso reparti cruciali e costringendo il personale medico a trasferire i pazienti in condizioni precarie. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la situazione "allarmante", sottolineando come gli attacchi a strutture sanitarie costituiscano una violazione del diritto internazionale umanitario.
Il giorno precedente, venerdì, erano stati uccisi diversi paramedici mentre prestavano soccorso in aree colpite. Le bare di questi operatori sanitari, molti dei quali appartenevano alla Croce Rossa Libanese e ad organizzazioni di protezione civile locali, sono state portate in processione tra le lacrime di colleghi e familiari. Secondo il bilancio fornito dalle autorità libanesi, dall'inizio dell'escalation sono stati uccisi almeno 36 operatori sanitari, un numero che Medici Senza Frontiere ha definito "senza precedenti nella storia recente del conflitto libanese".
Il contesto: Hezbollah, Israele e la geometria di un conflitto irrisolvibile
Per comprendere la spirale attuale, occorre fare un passo indietro. L'offensiva israeliana nel sud del Libano si inserisce nella più ampia strategia di Tel Aviv volta a smantellare le capacità militari di Hezbollah, il movimento sciita sostenuto dall'Iran che controlla vaste porzioni del territorio libanese meridionale e conta su un arsenale stimato in oltre 150.000 razzi e missili, secondo le valutazioni dell'intelligence occidentale.
Israele sostiene che i suoi attacchi prendono di mira esclusivamente infrastrutture militari di Hezbollah, accusando il movimento di utilizzare ospedali e aree civili come scudi. Hezbollah e il governo libanese respingono categoricamente queste accuse, parlando di crimini di guerra deliberati. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha convocato riunioni d'emergenza, ma le divisioni tra i membri permanenti — con Stati Uniti e Russia su fronti opposti — rendono qualsiasi risoluzione vincolante praticamente impossibile.
Dal punto di vista numerico, il conflitto ha già prodotto una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi: oltre 3.400 morti libanesi dall'inizio delle operazioni su larga scala (di cui almeno il 30% civili, secondo stime dell'ONU), più di 1,2 milioni di sfollati interni e danni infrastrutturali che il governo di Beirut valuta in oltre 8,5 miliardi di dollari. Il sud del paese è in ginocchio: interi villaggi evacuati, terre agricole abbandonate, una generazione di giovani che guarda all'emigrazione come unica via d'uscita.
La risposta europea e il ruolo dell'Italia
L'Unione Europea ha reagito con una nota congiunta dell'Alto Rappresentante per la Politica Estera chiedendo "il rispetto immediato del diritto internazionale umanitario e la protezione delle strutture civili, inclusi ospedali e personale medico". Parole forti sulla carta, ma prive di conseguenze pratiche immediate.
L'Italia si trova in una posizione particolarmente delicata. Il nostro paese è il principale contributore alla missione UNIFIL — la forza di interposizione ONU nel sud del Libano — con circa 1.050 soldati dispiegati nella regione. Proprio nelle ultime settimane, alcuni contingenti UNIFIL, incluse postazioni italiane, erano finiti nel mirino di esplosioni nelle vicinanze, episodi che Roma aveva già condannato con fermezza attraverso il ministro degli Esteri Antonio Tajani, parlando di "atti inaccettabili che mettono a rischio i nostri militari".
Il governo Meloni si trova a dover bilanciare la storica solidarietà con Israele — ribadita anche dopo il 7 ottobre 2023 — con la tutela dei propri soldati e con la pressione crescente dell'opinione pubblica italiana, sempre più sensibile alle immagini di vittime civili che arrivano dal Libano. Secondo un sondaggio condotto da Ipsos Italia a ottobre, il 67% degli italiani ritiene che l'Italia debba "adoperarsi con maggiore determinazione per un cessate il fuoco permanente", mentre solo il 18% approva un sostegno militare diretto a qualsiasi parte del conflitto.
Sul fronte economico, l'Italia ha interessi rilevanti nella stabilità del Mediterraneo orientale: la rotta commerciale che passa per il Libano e la Siria è fondamentale per diversi settori dell'export italiano, dall'agroalimentare alla meccanica. La Camera di Commercio Italo-Araba stima che il conflitto abbia già causato una contrazione del 23% degli scambi commerciali Italia-Libano rispetto al 2022.
Prospettive future: negoziato o escalation?
La domanda che tutti si pongono è se esiste ancora spazio per una soluzione diplomatica. I segnali sono contrastanti. Da un lato, Washington continua a spingere per un accordo che preveda il ritiro di Hezbollah a nord del fiume Litani — in linea con la risoluzione ONU 1701 del 2006, mai pienamente attuata — in cambio di una cessazione delle ostilità da parte israeliana. Qatar e Arabia Saudita stanno svolgendo una discreta mediazione, mentre la Francia preme per una conferenza internazionale sul Libano.
Dall'altro lato, le dinamiche sul campo sembrano spingere verso un'ulteriore escalation. Hezbollah ha dichiarato che non accetterà alcun accordo che non includa garanzie sulla sovranità libanese e sul ritiro totale delle forze israeliane. Il governo Netanyahu, alle prese con pressioni interne e con il fronte di Gaza ancora aperto, difficilmente potrà accettare condizioni percepite come una resa.
In questo scenario, il Libano rischia di restare intrappolato in un conflitto per procura tra potenze regionali e globali, con la sua popolazione civile a fare da cuscinetto. Gli ospedali colpiti, i paramedici uccisi, le bare portate a spalla tra le lacrime: queste immagini non sono solo cronaca di guerra. Sono il promemoria di un fallimento collettivo della diplomazia internazionale, un fallimento del quale anche l'Europa — e l'Italia — portano una quota di responsabilità.
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L'autore
Laura ContiAnalista finanziaria specializzata in mercati azionari, obbligazioni e strumenti derivati. Con base a Bruxelles, segue da vicino le politiche economiche europee e il loro impatto sui mercati italiani.
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