Hormuz: accordo di principio tra USA e Iran, ma la pace è ancora lontana
Dopo settimane di tensione militare, Washington e Teheran avrebbero raggiunto un'intesa preliminare sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla gestione dell'uranio arricchito

Dopo settimane di tensione militare, Washington e Teheran avrebbero raggiunto un'intesa preliminare sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla gestione dell'uranio arricchito. Ma i dettagli rimangono controversi e nulla è ancora firmato.
Uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta potrebbe presto tornare pienamente operativo. Secondo quanto dichiarato da un alto funzionario americano, Stati Uniti e Iran avrebbero raggiunto un accordo di principio per la riapertura dello Stretto di Hormuz, il corridoio acquatico largo appena 33 chilometri attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. L'intesa, ancora informale e non firmata, includerebbe anche l'impegno iraniano a smaltire le scorte di uranio altamente arricchito accumulate negli ultimi anni. Una notizia che ha fatto immediatamente rimbalzare i mercati energetici globali, ma che va letta con estrema cautela: le due parti descrivono i termini dell'accordo in modo sensibilmente diverso, e la storia diplomatica tra Washington e Teheran è lastricata di intese mancate.
Lo Stretto di Hormuz: perché tutto il mondo trattiene il respiro
Per capire la portata geopolitica di questa notizia, è necessario comprendere cosa rappresenta lo Stretto di Hormuz nell'economia energetica globale. Secondo i dati dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE), attraverso questo corridoio transitano ogni giorno circa 17-21 milioni di barili di petrolio greggio, pari a circa il 20-21% del consumo mondiale. Non si tratta solo di numeri: significa che qualsiasi interruzione del traffico in quello specchio d'acqua tra Iran e Oman produce onde d'urto immediate su tutto il pianeta.
Nel corso delle ultime settimane, la tensione militare nella regione aveva spinto il prezzo del Brent oltre i 90 dollari al barile, con picchi che hanno riportato alla memoria gli shock petroliferi del passato. Le compagnie di navigazione avevano già cominciato a dirottare le proprie rotte verso percorsi alternativi molto più lunghi e costosi — circumnavigando l'Africa o utilizzando oleodotti terrestri alternativi come l'East-West Pipeline saudita, capace di trasportare circa 5 milioni di barili al giorno ma insufficiente a compensare l'intero flusso ormonziano.
L'Iran, da parte sua, aveva più volte minacciato di chiudere lo Stretto in risposta alle sanzioni occidentali e alle azioni militari nella regione. Una minaccia che Teheran agita periodicamente come leva negoziale, consapevole dell'effetto deterrente che produce sui mercati globali anche solo a livello retorico.
L'uranio arricchito: il nodo più difficile da sciogliere
Parallelamente alla questione dello Stretto, il funzionario americano ha riferito che l'Iran avrebbe accettato di smaltire le proprie riserve di uranio altamente arricchito — ossia il materiale fissile portato a livelli di purezza superiori al 60%, una soglia che si avvicina pericolosamente alla qualità necessaria per la costruzione di un'arma nucleare.
Secondo le ultime stime dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), l'Iran aveva accumulato circa 114 chilogrammi di uranio arricchito all'84,3% — una quantità che, se ulteriormente processata, potrebbe teoricamente essere sufficiente per la costruzione di almeno due dispositivi nucleari. L'accordo del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), aveva fissato un limite del 3,67% di arricchimento e un tetto di 300 chilogrammi di uranio arricchito totale. Dall'abbandono unilaterale americano del patto nel 2018, voluto dall'allora presidente Donald Trump, il programma nucleare iraniano ha subito un'accelerazione senza precedenti.
Il fatto che Teheran abbia ora — almeno in linea di principio — accettato di disfarsi di questo materiale rappresenterebbe un passo significativo. Ma le modalità di smaltimento restano oscure: sarà trasferito in Russia come avvenne parzialmente nel 2015? Sarà diluito? Sarà monitorato dall'AIEA? Su questi punti cruciali, le due delegazioni sembrano ancora distanti.
Washington e Teheran: versioni divergenti dello stesso accordo
Il problema più acuto in questo momento non è tecnico, ma narrativo. Il funzionario americano ha parlato di "accordo di principio", ma fonti iraniane hanno dipinto la situazione in termini molto più cauti, descrivendo i colloqui come "discussioni preliminari" su singoli punti, senza alcuna intesa globale. Una divergenza che non sorprende chi conosce la storia dei negoziati USA-Iran degli ultimi trent'anni: entrambe le parti tendono a comunicare con i propri pubblici interni prima ancora che con la controparte, con dichiarazioni spesso calibrate per il consumo domestico più che per il progresso diplomatico.
Sul fronte americano, l'amministrazione ha tutto l'interesse a presentare un risultato tangibile: la stabilizzazione del prezzo del petrolio ha effetti diretti sull'inflazione interna, già sotto pressione. Sul fronte iraniano, invece, qualsiasi concessione deve essere venduta come una vittoria — o almeno non come una resa — di fronte a un establishment politico e militare che considera la capacità nucleare e il controllo dello Stretto come pilastri irrinunciabili della sovranità nazionale.
Le implicazioni per l'Europa e per l'Italia
Per l'Unione Europea, e in particolare per l'Italia, questa vicenda non è uno spettacolo geopolitico da osservare a distanza. L'Italia importa circa il 13% del proprio fabbisogno di gas naturale liquefatto da fonti che transitano o dipendono dalla stabilità del Golfo Persico. L'ENI, inoltre, ha storicamente avuto interessi e relazioni con l'Iran, sospesi ma mai del tutto cancellati dall'epoca delle sanzioni. Una normalizzazione — anche parziale — del quadro iraniano potrebbe aprire spazi commerciali significativi per le imprese italiane, in particolare nei settori dell'energia, delle infrastrutture e della petrolchimica.
A livello europeo, Parigi, Berlino e Londra — i cosiddetti E3, firmatari originari del JCPOA — seguono con attenzione gli sviluppi. Una qualsiasi intesa bilaterale USA-Iran che bypassasse il formato multilaterale europeo sarebbe mal digerita dalle cancellerie del Vecchio Continente, già irritate per essere state sistematicamente escluse dai negoziati più rilevanti dell'ultimo anno.
Prospettive future: ottimismo cauto in un contesto ancora fragile
Gli analisti più prudenti invitano a non sopravvalutare l'annuncio. Un "accordo di principio" nel lessico diplomatico può significare tutto o quasi niente: indica che esiste uno spazio di convergenza teorica, ma non impegna nessuna delle parti finché non viene tradotto in un testo firmato e verificabile. La storia insegna che tra il primo annuncio e la firma finale di un accordo con l'Iran si aprono abissi di tempo e di trattativa.
Tuttavia, anche solo il fatto che le parti stiano parlando — e che un funzionario americano abbia scelto di rendere pubblica questa informazione — è di per sé un segnale. I mercati lo hanno già interpretato: il prezzo del Brent è sceso del 3,2% nella sessione successiva all'annuncio, segnando il maggiore ribasso settimanale degli ultimi due mesi.
Il mondo aspetta. Lo Stretto di Hormuz resta, per ora, aperto ma sospeso in un equilibrio precario. E la differenza tra un accordo scritto e uno "di principio" potrebbe valere, letteralmente, miliardi di dollari e la stabilità di intere economie.
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L'autore
Laura ContiAnalista finanziaria specializzata in mercati azionari, obbligazioni e strumenti derivati. Con base a Bruxelles, segue da vicino le politiche economiche europee e il loro impatto sui mercati italiani.
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