Economia

L'Europa rischia la deindustrializzazione: Marcegaglia lancia l'allarme

Emma Marcegaglia non usa mezzi termini. Quando parla di declino industriale europeo, lo fa con la voce di chi il manifatturiero lo conosce dall'interno, dai capannoni di Gazoldo de

Laura Conti
6 min di lettura
L'Europa rischia la deindustrializzazione: Marcegaglia lancia l'allarme
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Emma Marcegaglia non usa mezzi termini. Quando parla di declino industriale europeo, lo fa con la voce di chi il manifatturiero lo conosce dall'interno, dai capannoni di Gazoldo degli Ippoliti fino ai tavoli di Bruxelles. E il messaggio che lancia è inequivocabile: se l'Europa non agisce adesso, il tempo per invertire la rotta potrebbe esaurirsi prima del previsto. Un avvertimento che arriva in un momento cruciale, mentre il Vecchio Continente si trova stretto tra la competizione spietata di Stati Uniti e Cina, il caro energia che non accenna a rientrare stabilmente, e una burocrazia regolatoria che soffoca l'iniziativa imprenditoriale invece di sostenerla.

L'ex presidente di Confindustria e di BusinessEurope ha alzato la voce in occasione di un forum economico, rivolgendosi non solo alla classe dirigente ma anche — e forse soprattutto — ai giovani: "Alzate la voce, pretendete un'Europa che funzioni, che produce, che compete". Una chiamata all'azione generazionale che suona come un testamento industriale, ma anche come un programma politico urgente.

Il fantasma della deindustrializzazione: i numeri che fanno paura

I dati parlano una lingua brutale. Secondo Eurostat, la quota dell'industria manifatturiera nel PIL dell'Unione Europea è scesa dal 22% del 2000 al 14,5% del 2023. L'Italia, tradizionalmente seconda potenza manifatturiera del continente dopo la Germania, ha visto il proprio contributo industriale al PIL passare dal 20% a circa il 15,6% nello stesso arco temporale. Non si tratta di una fisiologica transizione verso i servizi, come qualcuno vorrebbe far credere: si tratta di perdita di capacità produttiva reale, di know-how che se ne va, di posti di lavoro qualificati che non tornano.

La Germania — locomotiva storica d'Europa — ha vissuto nel 2023 e 2024 una contrazione del PIL industriale senza precedenti dalla crisi finanziaria globale. BASF ha spostato investimenti in Asia. Volkswagen ha annunciato chiusure di stabilimenti in patria per la prima volta nella sua storia. ThyssenKrupp taglia. E quando tossisce la Germania, tutta la catena di fornitura europea — Italia in prima linea — prende il raffreddore.

Il problema energetico rimane centrale. Prima dello shock del 2022 legato alla guerra in Ucraina, le aziende europee pagavano il gas naturale mediamente 20-25 dollari per MWh. Negli anni successivi, nonostante la parziale normalizzazione, i prezzi si sono stabilizzati su livelli strutturalmente più alti rispetto ai competitor americani e asiatici, che beneficiano rispettivamente dello shale gas a basso costo e di sussidi statali massicci. Un'impresa energivora europea paga ancora oggi l'energia elettrica il doppio o il triplo rispetto a un competitor americano.

Più autonomia, ma senza chiudersi: la ricetta di Marcegaglia

Il punto più delicato del ragionamento di Marcegaglia riguarda l'equilibrio tra autonomia strategica e apertura commerciale. L'Europa — sostiene — deve recuperare indipendenza in settori chiave: semiconduttori, batterie, farmaceutica, difesa, tecnologie pulite. Non può permettersi di dipendere da catene di approvvigionamento fragilissime come la pandemia ha drammaticamente dimostrato. Ma questo non deve trasformarsi in un ripiegamento protezionistico miope.

"Non si chiuda", è la formula usata. Ed è una posizione che richiede coraggio politico, perché il populismo economico — sia di destra che di sinistra — trova nel protezionismo un'arma elettorale facile. La tentazione di alzare barriere, tassare le importazioni cinesi a oltranza, ripiegare sul mercato interno è comprensibile ma controproducente. L'Europa esporta il 20% del proprio PIL: una guerra commerciale totale colpirebbe i produttori europei quanto i competitor stranieri.

La strada indicata è quella di un interventismo selettivo e intelligente: incentivi mirati alle industrie strategiche, semplificazione normativa reale (non annunciata), investimenti massicci in ricerca e sviluppo — oggi fermi intorno al 2,2% del PIL europeo contro il 3,5% degli Stati Uniti e oltre il 4% della Corea del Sud — e una politica energetica comune che non sia solo green per principio ma anche competitiva per necessità.

Il rapporto Draghi, pubblicato nel settembre 2024, aveva già tracciato questa rotta con precisione chirurgica, stimando in 800 miliardi di euro annui il fabbisogno aggiuntivo di investimenti per non perdere il treno della competitività globale. Una cifra vertiginosa, che richiede una revisione profonda del Patto di Stabilità e una capacità fiscale comune europea che oggi non esiste.

Il ruolo dei giovani: non spettatori ma protagonisti

C'è un passaggio del discorso di Marcegaglia che merita attenzione particolare, perché rompe con il linguaggio tecnocratico tipico del dibattito economico. L'appello ai giovani non è retorica consolatoria: è una presa d'atto che la crisi industriale è prima di tutto una crisi di prospettiva generazionale.

In Italia, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si aggira ancora intorno al 20%, quasi il doppio della media europea a sua volta già preoccupante. I NEET — giovani che non studiano, non lavorano e non si formano — rappresentano in Italia circa il 16% della fascia 15-29 anni, la percentuale più alta tra i grandi Paesi europei. Un esercito di talenti sprecati, spesso non per mancanza di volontà ma per assenza di opportunità reali.

La deindustrializzazione non è un problema astratto: è il motivo per cui uno studente di ingegneria meccanica a Torino o a Brescia considera seriamente di fare le valigie per Monaco o Londra. È il motivo per cui competenze manifatturiere di altissimo livello — l'Italia ha ancora eccellenze mondiali nel packaging, nella meccanica di precisione, nel tessile tecnico, nell'agroalimentare — rischiano di non trovare contesto in cui crescere e radicarsi.

L'invito ad "alzare la voce" è dunque concreto: partecipare al dibattito europeo, pretendere che le elezioni al Parlamento Europeo non siano una parentesi minore ma l'occasione per costruire una classe dirigente continentale all'altezza della sfida. Perché le decisioni che si prenderanno nei prossimi tre-cinque anni — sul Green Deal, sugli aiuti di Stato, sulla politica commerciale, sulla difesa comune — definiranno il perimetro economico in cui i giovani di oggi lavoreranno per i prossimi trent'anni.

Cosa deve fare l'Italia adesso

Nel contesto europeo, l'Italia ha responsabilità specifiche. È il secondo Paese manifatturiero del continente, ha un tessuto di PMI straordinariamente resiliente e creativo, dispone di distretti industriali che sono autentici laboratori di innovazione applicata. Ma sconta ritardi strutturali che si trascinano da decenni: infrastrutture inadeguate, tempi della giustizia civile insostenibili per chi fa impresa, una pubblica amministrazione che ancora troppo spesso è ostacolo anziché alleato.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresenta un'occasione storica — 191,5 miliardi di euro tra sussidi e prestiti — ma la sua attuazione resta parziale e faticosa. Al netto delle difficoltà burocratiche, il rischio è che le risorse vengano assorbite senza lasciare capacità produttiva permanente, senza infrastrutture che durino, senza formazione che trasformi davvero il mercato del lavoro.

Marcegaglia ha ragione: il tempo stringe. Non è pessimismo, è lucidità. L'Europa ha ancora le carte per giocare questa partita — talento umano, eccellenza tecnologica, mercato interno da 450 milioni di consumatori, istituzioni democratiche stabili. Ma le carte devono essere giocate, e presto. Ogni anno di inerzia è un anno di vantaggio regalato agli avversari. E questa volta, a differenza di crisi passate, non ci sarà una seconda occasione per rimontare.

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L'autore

Laura Conti

Corrispondente estera di StampaNotizie. Specializzata in geopolitica e relazioni internazionali. Con base a Bruxelles.

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